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July 23 CON TAVAROLI,LE STRANEZZE DEI NOSTRI SERVIZIPochi hanno messo in relazione il fatto (i fatti) accaduto/i qualche tempo fa: - che Tavaroli, Mancini ed un terzo elemento di cui non ricordo il nome, in gioventù facessero parte della stessa sezione anticrimine milanese dei carabinieri; - che Mancini, sottufficiale, sia diventato Vice direttore del SISMI, incarico da sempre assolto da Ufficiale di grado elevato in Servizio di Stato Maggiore (Ufficiale che ha frequentato la Scuola di Guerra); - che Pollari, Generale della Guardia di Finanza, sia stato Direttore del SISMI, incarico da sempre assolto da un Generale di grado elevato di una Forza Armata (Esercito, Marina e Aereonautica), che si presume di questioni militari in senso stretto, ne capiscono. Che ne capiva Pollari? Rifletteteci e, divertendovi, su Google troverete delle divertenti (preoccupanti) connessioni. Troverete qualcosa su http://nonnonino.spaces.live.com/, quando tornerò dalle vacanze.
May 03 LE PAROLE: PIETRE O ARIA?Le parole degli "uomini" sono "pietre".
Ma dove sono gli "uomini" oggi?
Diceva Sciascia che gli "uomini" sono pochissimi" e "i mezzi uomini" pochi: oggi è il tempo degli "ominicchi" (bambini che si credono grandi), dei "pigliainculo" (che vanno diventando un esercito) e dei "quaquaraquà"(la cui vita non ha più senso di quella delle anatre).
Le loro parole sono aria mefitica che ammorba l 'ambiente.
Parlano, parlano, parlano tutti: oggi urlano il contrario di quello che hanno sibilitato ieri, fidando nella scarsa attenzione che tutti noi facciamo al senso delle loro parole, e vanno avanti per battute che credono spiritose, slogan da imbonitori di piazza scritti per loro da esperti della comunicazione ed imparati a memoria senza capirne i loro reali contenuti.
E' tempo che i giovani si sveglino dal loro torpore:politici, sindacalisti, religiosi e manager pubblici e privati stanno rubando loro il futuro
March 29 AMERICANI TRADITORI DELLA PATRIA?A quanti dicono che a sinistra in Italia si è anti-americani perchè non si concorda pedissequamente con le politica estera e militare americana, chiedo: ma il 70% degli americani, che ha espresso "non gradimento" per Bush a causa della guerra in Iraq, e il Congresso USA, che ha votato contro il finanziamento della politica militare di Bush, che sono? traditori della Patria? February 24 Basta con i "senza se e senza ma"L'analisi geopolitica dice che l’ Italia è un Paese cerniera fra varie culture ed economie, l’ appendice mediterranea dell’ Europa, il polo di irradiamento globale verso il resto del mondo. L’ attivismo dalemiano negli ultimi 9 mesi ci ha fatto riguadagnare rispetto, credibilità e prestigio persi durante il quinquennio di governo del cavaliere. Ed eccoci al punto: la Sinistra radicale con i suoi contorsionismi e mal di pancia ha dimostrato di vivere fuori dal mondo, di avere non solo scarso senso della realtà ma anche gretta ignoranza di macroeconomia, geopolitica e, diciamolo pure, dei trattati internazionali. Col suo comportamento irresponsabile ha rischiato di compromettere mesi di faticosa politica interna ed internazionale. E’ sperabile che la crisi politica apertasi la sera del 21 febbraio si sia conclusa positivamente con l’ appoggio diretto alla politica dei 12 punti irrinunciabili del Presidente Prodi da parte del Sen. Marco Follini , cui bisogna riconoscere onestà intellettuale, elevato senso dello Stato, sapienza politica impareggiabile. E’ auspicabile che al Sen Follini, i si uniscano amici dal pari sentire. Ringraziamo frattanto il Sen. Follini per averci sottratto al rischio incombente di una campagna elettorale, condotta senza risparmio di colpi bassi da parte della coalizione formata dal cavaliere e dai suoi sodali : il possesso da parte del cavaliere di più del 50% dei media nazionali , consente a FI e ai suoi alleati di attuare una martellante strategia del consenso, attraverso la subliminalità dei messaggi, capace di persuadere anche il più ideologizzato vetero-comunista a votare per loro o di astenersi. Gia conosciamo i danni prodotti dalla politica berlusconiana, dalla strage di Nassirija alla disastrosa situazione dei conti pubblici, alla disperazione delle giovani generazioni per la mancanze di prospettive positive per il loro avvenire. Sarebbe stato criminale riportarlo al governo del Paese January 04 LA FAME NEL MONDOLa tragedia della fame nel mondo ha molta attinenza con lo sviluppo economico dei paesi del 3° e 4° mondo ed è strettamente connessa con l’inefficienza di una ONU ( e delle Agenzie collegate ) che continua a trascinarsi avanti da anni come un carrozzone sfasciato, nonostante la buona volontà di alcuni componenti ed il loro impegno a riformarla. Troppi organismi burocratizzati e mal coordinati e, quel che è peggio, la miopia di troppi interessi in rotta di collisione rendono questa tragedia al momento ineluttabile. Sarebbe necessaria una impossibile immediata rivoluzione delle coscienze che, diciamolo francamente, questa umanità al momento è incapace di immaginare. Dobbiamo realisticamente prendere atto che saranno necessari molti anni per addivenire a soluzioni praticabili e radicali: bisognerà definire le varie aree di crisi nei singoli continenti e a chi affidare la responsabilità di intervento in tali aree. Ed è cosa non semplice.Le organizzazioni umanitarie non governative potranno, sì, fare molto, ma è troppo poco per l’immensità dei problemi. Quelle che saranno le grandi potenze economiche continentali del futuro ormai già alle porte (Usa, Europa, Cina, India, Russia, Canada, Australia, Paesi Arabi) saranno capaci di concordare un cammino comune, un moderno Piano Marshall che richiede anche notevoli sacrifici finanziari, per far raggiungere ai popoli meno fortunati una degna qualità della vita? E' auspicabile che una nuova generazione di politici preparati e lungimiranti sappia affrontare questo problema. Dal Piano Marhall, dopo le immense distruzioni apportate dalla II Guerra Mondiale, derivarono notevoli vantaggi economici sia agli Stati che ne fruirono gli aiuti sia agli USA che ne sostennero i costi. Imparare dalla Storia potrebbe essere spesso profittevole. July 28 Come si dissolvono le dittature
June 24 Manovra bis? SI'!Tagli? No!ANCHE GALBRAITH CONCORDEREBBE La situazione dei conti pubblici italiani è disastrosa ed abbisogna urgentemente di una manovra bis coerente con la situazione dei conti, che è "molto più difficile di quella del '92''. Padoa-Schioppa, sottolineando la necessità di una "cura pesante", ha detto che trattandosi di un malato grave "non si può guarirlo con l'Aspirina". Che significa? Una manovra basata sulla riduzione della spesa pubblica, magari con qualche ticket a carico di cittadini che hanno la disgrazia di essere ammalati? La “cura pesante” mi preoccupa tanto, nel ricordo delle due manovre, quella bis del ‘92 da 30 mila miliardi di lire e quella del ‘93 da 93 mila miliardi di lire, basate soprattutto sui tagli alla spesa pubblica , che, a detta di economisti di chiara fama, guarì sì l’ ammalato Italia di alcuni suoi mali (inflazione, spesa per interessi, deficit elevato, ecc.) ma lo lasciò come uno “zombie”, tuttora incapace di rientrare nel novero delle Nazioni produttrici di ricchezza, anche a causa della dissennata politica economica da dilettanti allo sbaraglio (o grossolani speculatori?) attuata dal commercialista di Varese nei vari governi del cavaliere. Perché mi preoccupa? Perché ridurre la spesa pubblica comporta la riduzione dei consumi in beni e servizi della Pubblica Amministrazione, la riduzione della loro produzione, ciò che in ultima analisi determina la riduzione dell’ occupazione e, in definitiva, del Pil. Ancor più mi preoccupa l’ adozione di ticket, misura che altre ad essere ingiusta, riduce ancor più la facoltà di spesa dei singoli e quindi, secondo il meccanismo detto prima, il Pil. Quando l’ ammalato è molto grave e la sua guarigione dipende soprattutto dalla rapidità e proprietà delle cure, la famiglia ricorre a tutto per procacciarsi i mezzi finanziari necessari per la sua sopravvivenza e guarigione totale, vendendo anche i gioielli di famiglia. Tenendo conto inoltre che i gioielli per buona parte sono stati acquistati con il danaro dei contribuenti, venderli per dare ad essi rapidamente la speranza di un futuro migliore è una misura auspicabile, considerata l‘ esigenza di fare cassa e sùbito. Ovviamente la spesa dovrà essere resa sempre più efficiente; ma questo è un discorso tecnico-politico che investe le cosidette riforme strutturali da attuare senza la pressione dell’ urgenza. All’ ammalato gravemente debilitato, un intervento chirurgico urgente va fatto mettendolo contemporaneamente in condizione di affrontarlo, magari con sostanziose trasfusioni, da continuare, assieme a cure riabilitanti, dopo l’ intervento. May 26 Devolution? Grazie, NO!May 23 In ricordo di Giovanni Falcone
May 10 Viva il Presidente della Repubblica!Giorgio Napolitano oggi è stato eletto Presidente della Repubblica Italiana.
Continua con Lui il 3° "Risorgimento"!
Viva il Presidente della Repubblica! May 08 LIBERARE LA SICILIA DALLA MAFIA!
May 02 Terrorismo: una possibile chiave di letturaPer meglio comprendere quanto accade, da persone che cercano di ragionare con la propria testa e di sfuggire all'irrazionalità emotiva indotta in buona e/o in mala fede da chi ne ha interesse e potere, si rende necessaria un’ analisi della situazione e del contesto storico in cui viviamo al fine di realizzare un quadro di riferimento geopolitico che non si discosti tanto dalla realtà. April 30 Martiri a Nassiryia
April 23 Lettera al Professore Romano Prodi da parte di un nonno
February 04 Parole profeticheA volte, per consolarmi delle delusioni che spesso mi danno i connazionali, e non solo, rileggo gli scritti di un vecchio saggio americano-canadese e in particolare le righe che seguono.
“…. vi è un forte tendenza a credere che quanto maggiore è il denaro, sia sotto forma di redditi sia di attività finanziarie, posseduto da un individuo o che a questi è associato, tanto più profonda e sensibile è la sua percezione economica e sociale, tanto più sagaci e penetranti i suoi processi mentali.Il danaro è la misura del successo capitalistico. Quanto maggiore è il danaro, tanto maggiori sono il successo e l’intelligenza che lo sorregge.
Inoltre, in un mondo in cui per molti l’acquisizione di danaro è difficile e le somme che si riescono ad accumulare sono così manifestamente insufficienti, possederne in grandi quantità sembra un prodigio.Di conseguenza tale possesso non può non essere associato ad una particolare genialità. Questa visione è poi rafforzata dall’aria di sicurezza di sé e di autoapprovazione di solito assunta dai ricchi……
In realtà questa reverenza per il possesso di danaro indica, ancora una volta, la memoria corta, l’ignoranza della storia…..
Avere danaro può significare, come molti esempi del passato e del presente confermano, che la persona è indifferente, e in modo folle, ai vincoli della legge e, in tempi moderni, è un potenziale ospite di una prigione. (J.K.Galbraith “Breve storia dell’euforia finanziaria” ed.Rizzoli 1991, pagg. 22-23 )".
February 02 A proposito di PACSA proposito di PACS. E’ noto che la corretta impostazione di un problema contiene in sé l’indirizzo di soluzione. E’ tanto rischioso accettare la complessità della Società come base di partenza per una corretta impostazione del problema della sua regolamentazione di legge? Un’analisi della Società “de facto” di oggi ci dice che è molto diversa e complessa da quella “de jure” ipotizzata dai Padri Costituenti. E così la famiglia “de facto”. In tal senso l’art.29 della Costituzione andrebbe rivisto, anche perché limitativo dei diritti inviolabili del cittadino sanciti dagli artt. 2 e 3 e successivi della Costituzione stessa ed in conseguenza andrebbe revisionato e modificato anche il “Diritto di famiglia” (ecco quindi il possibile inserimento dei PACS). Il perno della Società oggi, come sempre, è il cittadino e, fra i cittadini, quelli che la perpetuano, ossia i minori, che sono i più deboli e che, pertanto, hanno diritto ad essere protetti. Questo diverso punto di vista potrebbe portare ad una nuova più moderna enunciazione dell’art. 29; ad esempio: “La Repubblica riconosce il cittadino, in particolare il minore, come fondamento della Società e ne garantisce diritti e doveri nell’ambito delle unioni familiari stabilite dalla legge a sua garanzia”. E’ tanto astruso questo modo di porre l’esigenza di migliorare il “Diritto di famiglia”? Lo impediscono forse i Patti Lateranensi o la CEI ? February 01 Come e perchè cambiare la costituzione?COME E PERCHE ’CAMBIARE LA COSTITUZIONE ?
La “caduta del muro” di Berlino con la conseguente disfatta della politica dei blocchi contrapposti ha fatto decadere gli accordi di Yalta e consentito in Italia la piena ammissione del Partito Comunista alla gestione del potere politico nazionale. La stessa caduta del muro ha portato alla stagione di “mani pulite”, all’emersione di “tangentopoli” e alla dissoluzione del sistema politico e di potere ufficiale. In effetti di corruzione politica in Italia ne avevamo avuto notizie ufficiali con continuità nei vari scandali che avevano coinvolto uomini di governo e partiti, scandali comunque non approfonditi compiutamente perché sennò sarebbe stata spazzata via proprio quella classe dirigente tenuta su perché garante di fronte agli USA della appartenenza dell’Italia al blocco occidentale.
La caduta del muro, mani pulite e tangentopoli sarebbero stata l’occasione per rinnovare la politica italiana; ma così non è stato. Alla crisi politica si sono sommate ricorrenti crisi monetarie ed economiche e l’emergenza del terrorismo mafioso che hanno distratto l’opinione pubblica dall’ esigenza di un effettivo rinnovamento della politica e soprattutto della classe politica italiana. Invece di applicare finalmente e compiutamente la costituzione (trascurata di fatto in molti suo aspetti fondamentali, quali ad esempio il decentramento amministrativo ) si è attribuito alla costituzione vigente la colpa di tutti i guai, dimenticando e facendo dimenticare che il blocco del ricambio della politica italiana nasceva dalla nostra appartenenza cinquantennale al blocco occidentale che di fatto aveva cristallizzato la situazione politica interna e annullato qualsiasi possibilità di ricambio.
Conseguenza è stata che sotto la spinta di pochi esaltati ed impreparati apprendisti stregoni della politica e dell’uso massiccio di tecniche della propaganda da parte di chi aveva interessi personali da proteggere, l’opinione pubblica italiana è stata persuasa che bisognava “ cambiare l’Italia” e che far ciò bisognava cambiare radicalmente la costituzione ancora inapplicata.
E’ vero che la Costituzione italiana prevede anche la possibilità di interventi parlamentari per una sua modifica ma ciò è valido per modifiche di lievi entità che non intacchino l’impalcatura su cui si regge tutto il sistema. Rilevanti cambiamenti costituzionali per avere un minimo di validità democratica possono essere effettuati o attraverso accordi bipartisan o meglio e soprattutto con apposite assemblee, che però non possono essere formate dai parlamentari eletti per stare in parlamento a dettare la politica della legislatura, ma devono essere elette dal popolo sovrano fra persone in grado di ragionare in termini del “fare il bene di tutta la Nazione” e non del “fare il solo bene della propria parte politica e del proprio elettorato”. Che l’esigenza di un’assemblea specifica “costituente” sia imprescindibile lo dimostra il fallimento delle varie “bicamerali” italiane create ad hoc dai governi De Mita e D’Alema e della “Convenzione europea”, creata dai Governi dell’Europa, che ha elaborato una “Costituzione europea” che costituzione non è ancora perché bocciata in alcuni referendum nazionali dai popoli sovrani che non la sentono propria.
E’ di pochi mesi, frattanto, l’approvazione di una legge costituzionale, voluta da una sola parte politica, che apporta notevoli modifiche alla Costituzione italiana e che ha moltissime probabilità di essere cancellata dal sicuro referendum che si terrà prima dell’estate 2006. Questa legge, detta della “devolution”, se guardata in prospettiva presenta, ma solamente in linea di principio, alcuni aspetti positivi (il risalto dato alla figura del Primo Ministro e l’ attribuzione di compiti distinti alle due Camere) ma molti negativi quali la mancanza di adeguati “contrappesi” ai poteri dati al Primo Ministro e soprattutto la “devolution” ovvero l’eccesso di poteri attribuiti alle Regioni, che rischiano di trasformare lo Stato italiano in una federazione di 20 italiette destinata ad essere relegato fra i paesi in via di dissoluzione sotto l’aspetto politico e socio-economico-culturale. Perché in prospettiva? Se proiettiamo la nostra mente verso il futuro non possiamo non prevedere la nascita dell’Europa politica, ovvero di una Federazione di Stati Europei con un’unica politica estera, un’unica politica militare, un’unica politica economica e soprattutto con politiche di spesa armonizzate ( leggi welfare ovvero previdenza, sanità, istruzione e sistema di reti, ecc.). Questa Europa per essere in sintonia con le esigenze del futuro richiederà l’esistenza di singoli Stati fortemente centralisti , pena l’instaurarsi di piramidi burocratiche di vario tipo che a quest’Europa toglierebbero capacità di rapida reazione alle sfide che già si presagiscono: l’esigenza di competitività in ogni settore con i futuri giganti dell’economia quali Cina ed India e la globalizzazione del terrorismo.
E nonostante sia legge di natura che gli organismi animati sopravvivono se riescono ad aggregarsi in organismi sempre più grandi e complessi, noi in Italia, da anni, ci affanniamo a rincorrere un “ fumoso federalismo” quasi secessionista che ci porterà a vedere 20 piccole Italiette sparpagliate, prive di coesione e non idonee ad affrontare il futuro che ci si prefigura.
Occupazione e Ricchezzaoccupazione e ricchezza
Dopo la caduta del muro
La fine della guerra fredda e il disfacimento dell’URSS e del Patto di Varsavia possono essere considerati l’ inizio del periodo di instabilità economica e politica che sta attraversando questo benedetto 1° e 2° mondo. Quando si fronteggiavano da una parte il mondo capitalista e dall’altra quello comunista, i paesi capitalisti vivevano un sano sviluppo economico alla base del quale stava il welfare, pagato con pesanti sistemi fiscali di tipo progressivo e deficit di bilancio, con cui i governanti occidentali (rappresentanti del Capitale) cercavano di allontanare il pericolo della rivoluzione del proletariato. In effetti nel mondo capitalista, nonostante le professioni di liberismo, la dottrina economica dominante era quella di J.M.Keynes, più o meno manipolata dai suoi allievi o avversari (questi ultimi teorizzavano il liberismo più o meno selvaggio ma, all’atto pratico, quando erano chiamati a proporre ricette anticrisi presentavano progetti keynesiani, nei quali però la terminologia keynesiana era bandita). E, come sappiamo, alla base della dottrina keynesiana, c’è un sano intervento di una Pubblica Amministrazione efficiente. Non è che dopo la fine della 2^ Guerra Mondiale non ci siano state crisi economiche, anzi ce ne sono state parecchie, che gli economisti di corte hanno sempre attribuito all’ ineluttabilità dei cicli economici (crescita –espansione – stagnazione – recessione – ripresa – crescita- ecc.) e che invece una corretta lettura ed interpretazione degli avvenimenti fa derivare dalla miopia o dalla voracità della grande finanza.
Dopo la caduta del Muro, con la sconfessione del Comunismo, il pericolo di una rivoluzione proletaria è stato definitivamente eliminato e così gli appetiti della finanza si sono scatenati in una miope corsa alla finanziarizzazione dell’ economia e conseguente speculazione nell’immediato, i cui danni irreversibili si vanno sempre più evidenziando. E questi guai si amplificano sempre più anche per effetto dello sfruttamento selvaggio della globalizzazione dei mercati, senza alcun rispetto delle regole che sottostanno al giusto profitto.
Questa premessa è necessaria perché nei moderni paesi industrializzati nei quali sono al potere governi che si definiscono neoliberisti, è invalsa la tendenza a negare la validità dei princìpi fondamentali della Scienza economica che regolano lo sviluppo. Vengono negati perché questi principi sono molto scomodi a chi fa affari a breve termine o specula.
I neoliberisti, infatti, attribuiscono a talune rigidità del “welfare” le cause della bassa crescita (ma in effetti si tratta di vera e propria recessione), che in realtà è dovuta a talune misure di politica economica e monetaria errate dei governi, specie nell’ UE (c’entrano il “patto di stabilità”, la mancata armonizzazione delle politiche di spesa, ecc., ): così inventano il discorso sulla necessità di maggiore “flessibilità” (come opposto di “sicurezza”) nell’occupazione e tutte quelle altre correzioni alle politiche fiscali e di spesa che servono a giustificare la distruzione dello “stato sociale”, pagato con le tasse di tutti con la più corretta (sul piano dell’economia) delle tassazioni, quella con le aliquote progressive. E così teorizzano l’ efficacia di due sole aliquote impositive ricorrendo a modelli econometrici di dubbio valore scientifico, senza badare al fatto che ciò porta meno introiti nelle casse dello Stato e determina la necessaria riduzione della spesa pubblica, soprattutto quella di interesse sociale, che a detta degli economisti neoliberisti è la meno produttiva. Ciò, in definitiva perché la grande finanza vuole pagare meno tasse e minaccia di investire (e spesso lo fa) in certi paradisi fiscali dove il costo del lavoro è molto basso, con ciò producendo a basso costo merci che poi non trovano mercato non solo nei paesi dove le producono (perché i bassi salari dei dipendenti non lo consentono) ma neanche nei paesi da cui hanno deviato i loro investimenti, a causa della scarsa occupazione e conseguente scarsa propensione ai consumi.
Piccolo è bello?
L’unione fa la forza, dice un antico proverbio ed i proverbi, si sa, sono pillole di scienza: quanto essi affermano non abbisogna di dimostrazione perché è il distillato di osservazioni millenarie confermate dall’esperienza. Peraltro, è legge di natura che gli organismi animati tendano a raggrupparsi in organismi sempre più grandi e complessi, pena la loro sopravvivenza..
In Economia a volte, però, la legge naturale suesposta si scontra con un proverbio di recente coniazione: piccolo è bello. Questo proverbio ha una validità molto relativa perché attiene ad un giudizio estetico e l’Estetica è sempre legata alla dottrina filosofica di cui fa parte, che , nonostante la speranza del filosofo che la sostiene, non ha validità scientifica. E poi basta pensare ai capolavori dell’Arte per vedere come in ogni suo campo la dimensione conta poco o niente: si passa dalla bellissima lirica di Ungaretti in un solo verso, ”Mi illumino d’immenso”, all’ immensa trilogia della “Divina Commedia”, dalle miniature agli affreschi michelangioleschi e si potrebbe continuare all’infinito senza tema di smentite.
Ciononostante sta prendendo sempre più valore di verità scientifica l’assunto che sono le Piccole Imprese (PI) a determinare la ricchezza di una Nazione. Niente di più falso! L’esistenza di numerose piccole imprese è lo specchio della ricchezza di una Nazione, le cui origini sono però da ricercare massimamente nell’esistenza di una Pubblica Amministrazione (PA) efficiente e di Grandi Imprese (GI), e per inciso, di una forte e moderna presenza sindacale, capace di contrattare intelligentemente a favore dei suoi rappresentati una corretta politica dei redditi che eviti la nefasta spirale salari-costi-prezzi-salari, uno dei fattori fondamentali dell’ aumento dell’inflazione (l’ingiusta tassazione, che pagano soprattutto i meno fortunati, ricercata dai governi dei paesi con elevato debito pubblico, perché è il sistema più rapido per ridurne il valore relativo rispetto ai fondamentali dell’ economia) mentre l’altro è l’aumento dei consumi; ma questo è un discorso da affrontare in altra sede.
Le Piccole Imprese -e anche le Medie Imprese(MI)- spesso altro non sono che la filiazione delle GI e nascono e prosperano in funzione diretta della fornitura di beni e servizi necessari alla PA e alle GI e/o sono la conseguenza di una diffusa condizione di ricchezza creata direttamente o indirettamente dalle GI. E’ questa condizione che induce il desiderio di maggiore benessere, benessere che si gode attraverso l’acquisizione di beni e servizi, prodotti da una miriade di PI e MI, che consentono una sempre migliore qualità della vita.
Spesso a seguito di particolari congiunture socioeconomiche, PI e MI, quasi sempre collegate agli “stakeolders” (enti locali pubblici e privati, banche, scuole, ecc ), si consorziano per esigenze di carattere logistico o territoriale o di ricerca e svolgono politiche imprenditoriali coordinate, a seguito delle quali raggiungono in breve tempo risultati economici di tutto rilievo.In questi casi, tali consorzi possono essere considerati vere e proprie GI, sia per il numero di occupati sia per il fatturato, ma la loro volatilità è molto elevata e, al termine della congiuntura che ne ha determinato il successo, la loro funzione spesso decade e con loro decadono molte delle imprese consorziate, rimanendo in vita le più forti o quelle che sanno adattarsi alla nuova congiuntura con innovazioni di prodotto o organizzative o le une e le altre insieme .
Esistono anche delle PI e MI la cui esistenza non è direttamente connessa con la PA e le GI . Si tratta di quelle imprese fornitrici di beni e servizi primari e/o essenziali (alimenti, trasporti, ecc.) indispensabili ad un particolare bacino d’utenza e il cui numero è solo funzione della consistenza del bacino e la cui sopravvivenza è strettamente dipendente dalla necessità e/o dall’attualità dei prodotti o dalla volontà dei proprietari. . Il sillogismo “le PI sono lo specchio della ricchezza di una Nazione, tanto più numerose sono le PI tanto più ricca è la Nazione, ergo le PI creano la ricchezza della Nazione” è un falso epistemologico. Esso viene sostenuto da tutte quelle dottrine economiche che spesso servono la propaganda delle varie fazioni politiche in lotta per conquistare l’elettorato di centro nei ricchi paesi occidentali; qui il diffuso benessere ha radicalizzato le posizioni contrapposte (i rappresentanti dei più fortunati e quelli dei meno fortunati) ed allontanato dal voto la borghesia moderata (il centro), massimamente rappresentata da lavoratori indipendenti e piccoli imprenditori i cui interessi economici sono proiettati verso sicuri profitti nel breve termine.
La conquista di tale elettorato viene perseguita attraverso la promessa di incentivi fiscali e condizioni di lavoro flessibili a favore delle PI e MI perché si sostiene che, così, si promuove l’aumento dell’occupazione e dei consumi e, quindi, lo sviluppo economico.
Dimostreremo che non solo c’è del falso in queste promesse ma anche che il mantenerle è causa di recessione e si ripercuote negativamente sulle categorie economiche più deboli e meno fortunate e sul welfare generale, nell’immediato, e sulla stessa coesione sociale della Nazione e sulla sua sopravvivenza come Stato organizzato e sviluppato, nel medio e lungo termine.
Il Pil o la ricchezza
Quasi tutti gli economisti, quale che sia la scuola di appartenenza, concordano sul fatto che la ricchezza prodotta da una Nazione durante un particolare periodo di tempo viene misurata mediante il calcolo del suo Prodotto Interno Lordo (Pil). La quasi totalità degli autori, volendo essere estremamente semplici e chiari, dicono che il Pil di una Nazione altro non è che la totalità di tutti i redditi (Y) prodotti dai suoi cittadini, il che è del tutto vero, il cui valore è definito dalla formula Y = C + I + R + G, nella quale C = consumi, I = investimenti, R = risparmi, G = spesa pubblica.
Molti semplificano la formula in Y = C + I , nella considerazione che la G consiste di consumi ed investimenti e che i R (quelli depositati in enti bancari) in ultima analisi vengono reinseriti nel circuito dei consumi e/o investimenti e che quella piccola parte dei risparmi non depositata prima o poi, a seconda della consistenza, sarà spesa in consumi o investita,direttamente o indirettamente a seconda delle propensioni di chi li possiede.
Ciò posto, è lapalissiano che il Pil cresce se aumentano i redditi, il che però non vuol dire che basta aumentare le retribuzioni per far crescere il Pil. E’ vero che probabilmente aumentano i consumi ma è anche vero che aumenta l’inflazione, ciò che col tempo fa contrarre i consumi. E a tal proposito nelle contabilità pubbliche si distingue il Pil a prezzi di mercato (calcolato coi valori di mercato di merci e servizi, gonfiato durante un certo periodo di tempo anche per effetto dell’inflazione) dal Pil deflazionato (ovvero depurato, attraverso il deflatore del Pil, dagli effetti dell’inflazione), quello cioè che misura la effettiva ricchezza di una Nazione e quindi la sua crescita o meno rispetto a quella di un particolare periodo di tempo preso come riferimento.
In verità il Pil cresce solo se aumenta il numero dei redditi, ovverosia se aumenta il numero degli occupati in possesso di un reddito, da spendere in consumi o da risparmiare o da investire.
E qui bisogna fare una piccola riflessione su cosa veramente determina la crescita economica.
La maggior parte degli autori concorda sul fatto che essa è massimamente funzione della produzione di beni durevoli (case, auto, arredamenti, elettrodomestici e quant’altro abbia una durata superiore ad almeno3 -5 anni) e dello sviluppo e/o potenziamento del sistema di reti (dei trasporti stradali, ferroviari, di distribuzione elettrica, la telefonica, quelle scolastica, sanitaria, ecc.) e di infrastrutture direttamente o indirettamente connesse (porti, aeroporti, opere idriche, ecc.). Non è secondario che tutto ciò sia alla base del miglioramento di fondo della qualità della vita dei cittadini, della facilitazione delle attività delle imprese e del progresso generale della Nazione non solo sotto l’aspetto economico ma soprattutto sotto quello socio-culturale.
A provocare ciò sono per lo più le GI, massimamente impegnate nella produzione di beni durevoli e nello sviluppo del sistema di reti ed infrastrutture, le quali insieme con la Pubblica Amministrazione (PA) creano posti di lavoro durevoli e conseguentemente redditi particolari, redditi durevoli e non precari. I possessori di redditi non precari sono i soli che possono accedere all’acquisto di beni durevoli, i più fortunati in contante e i meno fortunati a credito (debito) attraverso varie forme di finanziamento (questo è un fatto da ricordare perché innesca la creazione di altri posti di lavoro durevoli, quello degli operatori del credito, gli impiegati di banche e finanziarie).
E’ un dato di fatto che sia la PA sia le GI per il loro funzionamento abbisognano nel tempo di una grande varietà di beni e di servizi altamente specializzati e tecnologicamente avanzati, che vengono prodotti normalmente da PI e MI, la cui vita e attività sono, pertanto, strettamente correlate con il perdurare della continuità delle commesse che devono soddisfare e con l’elevato livello specialistico e tecnologico dei beni e servizi che producono.
La PA, inoltre, assicura direttamente commesse anche alle GI e alle MI e nei paesi industrializzati le commesse della PA sono di tale entità e qualità (specie quelle militari e dei corpi di polizia) da incidere in maniera decisiva - anche per la loro continuità nel tempo - sia sulla pianificazione dei prodotti sia sulla ricerca tecnologica della stessa GI e sulla ricerca pubblica e privata Forti contrazioni delle commesse pubbliche sono spesso causa delle crisi della GI e direttamente e/o indirettamente della ricerca tecnologica e delle ricerca in senso generale. La crisi della GI e della ricerca incidono negativamente e in misura molto rilevante delle crisi socio-economico-culturali che a volte feriscono mortalmente le Nazioni.
La continuità delle commesse nel tempo fa si che PI e MI siano anch’ esse creatrici di redditi durevoli perché i loro dipendenti, proprio per l’elevata tecnologia e specializzazione della produzione, posseggono attitudini preziose, difficilmente sostituibili, e godono della quasi certezza di occupazione durevole. E così anche i dipendenti delle PI e MI dell’indotto possono accedere all’acquisto di beni durevoli, cioè quelli prodotti dalle GI, che per tale motivo possono aumentare la loro produzione.
Tutto ciò rafforza l’assunto che sono le GI e la PA a determinare le premesse per la crescita economica e per la ricchezza della Nazione e che condizione fondamentale per il mantenimento di un elevato standard di ricchezza è l’esistenza di reddito durevole da spendere, sia nell’immediato sia nel futuro.
Ed è questo il punto: il reddito deve essere durevole e non precario.
Infatti solo la sicura esistenza di redditi durevoli consente alle GI e anche alle PI e MI dell’indotto di programmare la produzione di quei servizi e beni durevoli, che stanno alla base della ricchezza della Nazione, con una buona approssimazione alle esigenze da soddisfare; inoltre la sicurezza dei redditi durevoli consente ai loro possessori di affrontare l’acquisto di beni durevoli sia per contante sia con eventuali forme di pagamento differito.
La sicura esistenza di redditi durevoli induce attese ottimistiche sia nei produttori di beni durevoli sia nei consumatori
Il reddito precario, invece, non induce attese ottimistiche né nei consumatori, i quali proprio per la precarietà del loro reddito non possono procedere all’acquisto di beni durevoli, dato il loro prezzo elevato, né nei produttori di beni durevoli, i quali non possono considerare i fruitori di redditi precari nei loro programmi di produzione.
Il reddito precario, peraltro, fa propendere i loro possessori verso la rapida fruizione di beni effimeri (nelle Nazioni ricche tendono a fornire un’immagine di imperante opulenza), il cui consumo diventa sempre più elevato e variabile, a seconda delle tendenze del gusto, il che nel tempo induce dapprima la moria di PI e MI, sia per la forte concorrenza deflativa nella ricerca di sbocchi per la loro produzione sia per l’impossibilità di molte di esse ad adattarsi alle mutevoli richieste del mercato (nonostante le loro decantate elasticità, capacità di adattamento e rapidità decisionale), e successivamente un aumento dei prezzi dei prodotti (ovvero inflazione) . Ciò perché le PI non possono permettersi investimenti né nella ricerca di prodotto, né in quella tecnologica né in quella motivazionale e di mercato, dati i loro costi, e pertanto devono pagare forti royalties per l’utilizzazione di brevetti altrui, il che influisce sull’aumento dei loro costi di produzione e quindi dei prezzi dei beni di loro produzione
La forte moria di PI e MI è causa ancora di inflazione perché quelle che sopravvivono tendono ad aumentare i prezzi dei loro prodotti onde assicurarsi un elevato margine di profitto nel timore di tempi bui.
Se è vero che sono i redditi durevoli a promuovere e mantenere la ricchezza di una Nazione e che i redditi precari sono causa di inflazione, di moria di MI e di PI e, a lungo andare, di crisi delle GI e, in definitiva, di una Nazione, l’istituzionalizzazione di redditi precari è nettamente sbagliata dal punto di vista della scienza economica e questo è già un buon motivo per giustificare l’ assunto che ci eravamo prefissi, ovvero che ai nostri giorni una malintesa “flessibilità” è la causa della grande crisi delle economie dei paesi del 1° mondo.
Un’ ultima osservazione per quel che riguarda la finanziarizzazione dell’ economia e la globalizzazione: come si potrebbero contemperare la tendenza del capitale finanziario a investire nei paesi a basso costo del lavoro e l’esigenza creare e mantenere occupazione durevole nei paesi in cui, a causa del pesante welfare, il costo del lavoro è elevato ed i profitti sono bassi?
Tenuto conto che chi produce deve poi vendere e che i compratori sono solo i percettori di redditi, è ovvio che tali redditi dovranno esistere ed essere congrui. Sarà necessario quindi che, se non si vorrà incorrere in una sempre pericolosa deflazione, chi investe laddove il costo del lavoro è basso dovrà adeguare i salari dei dipendenti perché essi stessi possano diventare almeno suoi clienti; ovvero, dicendo meglio, chi investe dovrà ricercare sì il profitto ma questo dovrà essere giusto. Ed un profitto è giusto quando la sommatoria degli interessi lucrati sui profitti ottenuti durante tutta la vita dei “beni capitali” dagli imprenditori consente di sostituire i “beni capitali” (ossia tutto il complesso di impianti e apparati necessari alla produzione) senza ulteriori spese di investimento al termine della loro vita produttiva.. Ciò, fatti salvi i costi di produzione, comprensivi della giusta remunerazione dell’ imprenditore e dell’ammortamento. Ma questo è un altro discorso che rimanda a Keynes e all’ “efficienza marginale del capitale” che è appunto “ il saggio di sconto al quale il valore presente della serie di annualità dei ricavi attesi dal capitale durante tutta la sua vita eguaglia esattamente il prezzo d’ offerta del capitale stesso” e che non dovrà mai essere più basso del tasso d’ interesse corrente sulle obbligazioni affinché valga la pena di effettuare investimenti. Ma qui é meglio fermarsi sennò rischiamo di scrivere un trattato di macroecomia.
Qualche esempio
Quanto finora affermato nel contesto trova riscontro negli USA, sistema economico sempre più perfetto, nell’Europa dell’Euro, ancora alla ricerca della sua via ad uno sviluppo sovranazionale al di sopra degli egoismi delle singole nazioni, e nell’ Italia, che sembra volere sfidare le leggi dell’ economia.
Negli USA, infatti, c’è una lobby militare industriale che condiziona, con le buone o con le cattive, le scelte di politica economica ed estera del Presidente , volte a favorire sia il controllo della vita politica di alcuni stati produttori di materie prime e di petrolio, onde controllarne i prezzi di mercato, sia il finanziamento, a volte anche in deficit di bilancio, della spesa militare con le commesse dirette alle GI e con il sostegno diretto e indiretto della ricerca tecnologica e della ricerca per la ricerca (basta pensare come a Princeton, durante e dopo la 2^ Guerra mondiale operasse la più numerosa colonia di “beautiful minds”, da Einstein a Von Neumann ,da Wiener a Nash ed altri, specializzate nei campi più disparati) per esigenze di interesse sia civile sia militare. Il controllo della politica dei paesi produttori di materie prime e di petrolio ha come fine ultimo il controllo dei costi di produzione e dei prezzi delle merci prodotte nei paesi che esportano negli USA mentre le commesse militari consentono alle GI una corretta pianificazione della loro attività produttiva, con una favorevole ricaduta sull’ occupazione e con l’instaurarsi del circuito virtuoso keynesiano, che porta sempre alla fase di crescita ed espansione dell’ economia.
A controllare il circuito virtuoso sta la Fed ed il geniale suo presidente Greenspan che governano i tassi di interesse, i quali si abbassano o permangono bassi per fare aumentare sia la propensione agli investimenti sia quella ai consumi e nel contempo per fare abbassare o mantenere basso il valore del dollaro nei confronti delle altre monete, ciò che scoraggia gli americani a consumare merci estere, portandoli verso i prodotti nazionali. Nel contempo il basso valore del dollaro fa aumentare il prezzo in dollari delle materie prime e del petrolio (elementi di cui gli USA sono abbastanza ricchi e di cui sono ricchi anche alcuni paesi controllati politicamente dagli USA) per le imprese estere (quelle europee e dell’area dello Yen ne sono molto povere) con il conseguente aumento dei loro costi di produzione e dei prezzi in dollari dei loro prodotti negli USA, che pertanto diventano poco appetibili.
E questo fino a quando? Fino a quando la ricaduta positiva degli investimenti militari e la conseguente crescita economica non fa abbassare la disoccupazione al di sotto del 5 % , ciò che potrebbe portare ad un surriscaldamento dell’ economia (causata da una rarefazione del mercato del lavoro, da un aumento delle pretese dei sindacati e dalla conseguente crescita del costo del lavoro e dei prezzi delle merci) e quindi alla crescita dell’inflazione, considerata negli USA un vero e proprio pericolo mortale. Infatti, quando la disoccupazione raggiunge quel limite, la Borsa di New York viene sommersa da vere e proprie ondate di panico e di vendite e gli indici sembrano impazzire al ribasso. E’ allora che il saggio Greenspan interviene sui tassi, correggendoli al rialzo, ciò che apprezza il dollaro nei confronti delle altre monete e quindi induce gli americani a richiedere e consumare merci estere i cui prezzi, col dollaro rivalutato, diventano competitivi ed appetibili, facendo così abbassare lì esigenza di produrre tali merci negli USA e quindi di aumentare l’ occupazione con le nefaste ricadute indesiderate.
E’ vero che periodicamente gli USA sono afflitti da episodi di crisi finanziaria che si ripetono con frequenza quasi generazionale (come quella del 1929, i cui prodromi già erano stati presagiti un paio di anni prima e quella ultima del 2000 a seguito del caso Enron, amplificata dagli effetti psicologici dell’ attentato delle Twin Towers, che ancora continua), ma appunto si tratta di crisi finanziarie dovute alla speculazione di chi usa le borse valori per lucrare sull’ avidità di molti stolti investitori che, irrazionalmente, comprano titoli, anche a credito (debito) quando già sono cresciuti di valore nell’illusione che i valori dei titoli debbano sempre crescere finché stanno nelle loro mani e ritardano il momento della loro vendita anche quando la loro redditività (rapporto fra dividendo e prezzo) è infinitesimale. Alla fin fine non si tratta altro che di perdita di danaro virtuale (il surplus) ma episodi del genere deprimono la fiducia degli investitori e via via questo si riflette sull’ occupazione e sui consumi, ciò che determina una vera e propria crisi economica.
Ma, come detto prima il sistema economico americano è perfetto e la ripresa è già in atto da tempo.
Un esempio in negativo delle asserzioni di base è la condotta delle politiche economiche americocentriche adottate dagli Stati europei e l’ incomprensibile ostinazione della Banca Centrale Europea a mantenere elevati i tassi rispetto a quelli USA, oltre al volere insistere, con la ricerca ossessiva della “flessibilità”, sulla sempre maggiore precarizzazione dell’ occupazione (con i nefasti effetti descritti nei paragrafi precedenti) senza, tra l’ altro, avere attuato una preventiva ed accorta armonizzazione delle politiche di spesa in ambito comunitario. Il forte apprezzamento dell’Euro rispetto al dollaro ha ridotto per prima le esportazioni verso gli USA, quindi la produzione di beni durevoli, quindi l’occupazione non precaria con tutta una ricaduta negativa a cascata per tutta l’ economia. E nonostante negli USA si siano manifestati persistenti segni di ripresa, l’ economia europea continua a sfornare record negativi. Può darsi che nell’ ostinata follia a mantenere il divario coi tassi USA ci sia una strategia a lungo termine, che francamente non si riesce a identificare. A meno che non siano in atto multilaterazioni finanziarie tese a incrementare le riserve in dollari, acquistati a poco prezzo, per poi utilizzarle al momento opportuno in attività economiche al momento non note.
Se guardiamo all’esperienza italiana ci accorgiamo che da più di un decennio le GI tendono a perdere forza espansiva, anzi sembrano implodere e ridursi di numero. E con la crisi delle GI, il sistema Italia va sempre più avviandosi verso la deindustrializzazione e la perdita di capacità di penetrazione nei mercati. Le asserzioni fatte sono confermate soprattutto dalla crisi della FIAT, che negli ultimi 10 anni ha perso molte commesse statali (e conseguentemente la possibilità di assicurare posti di lavoro durevoli) a causa non solo della ristrutturazione delle Forze Armate (notevolmente ridimensionate, oggi sono pari ad 1/3 rispetto ad un decennio fa) ma anche delle decisioni della Pubblica Amministrazione a tutti i livelli che ha voluto dotare di automotomezzi di fabbricazione straniera sia l’apparato ministeriale,sia le residue FF.AA e i Corpi di Polizia (Rover, Bmw, Subaru, ecc.) sia Regioni, Province , Comuni ed Enti Pubblici.
A proposito della crisi della FIAT, qualcuno potrebbe obiettare che la colpa è anche del suo management (e chi lo nega!) ma è anche vero che per i motivi più strani la PA italiana (statale,regionale,provinciale e comunale) ha il parco automotomezzi dalle marche straniere più disparate (cosa che non accade negli altri Stati industrializzati), ciò che vuol dire ridurre il numero degli occupati delle GI nazionali locate in Italia, e quindi ridurre il numero dei redditi durevoli. Non interessa di chi sia la proprietà della GI (potrebbe anche essere straniera) ma gli automotomezzi della PA dovrebbero essere del gruppo FIAT (oltretutto, ciò contribuirebbe a mantenere in buona salute l’ immagine del “made in Italy”, discorso che ha la sua validità in questo contesto ma che tralasciamo sennò non finiamo più). Cosa giusta è il mercato con le sua regola di libertà, ma un’ azione di moral suasion da parte delle varie autorità istituzionali nei confronti di chi spende i quattrini che gli italiani pagano alle varie amministrazioni, potrebbe contribuire a tirare fuori dalle secche parecchie imprese nostrane, senza che con ciò si possa parlare di protezionismo.
Ma questo è un discorso che probabilmente andrebbe contro gli interessi di parecchie lobby, prima fra tutte quella degli importatori, dei concessionari di imprese straniere e dei commercianti. Brutte gatte da pelare.
January 31 Cina: pericolo o opportunità?CINA : PERICOLO O OPPORTUNITA’?
In Economia si continua a parlare del pericolo Cina : ci sono imprese cinesi che, approfittando del basso costo del lavoro in patria e delle rigidità del cambio della moneta cinese (lo yuan renminbi) in rapporto al dollaro, hanno invaso i nostri mercati (sia in senso macroeconomico che in quello spicciolo) con prodotti di varia tecnologia e di vario consumo a prezzi “stracciati” che hanno messo in seria crisi interi settori industriali e commerciali in Italia e nel mondo.
Pochi, però, ricordano gli enormi profitti che alcune nostre imprese hanno lucrato delocalizzando la massa delle loro produzioni in Cina e che sono state immesse sul mercato italiano ( e non solo) con il marchio del “Made in Italy” a prezzi elevatissimi rispetto ai costi di produzione affrontati. Le stesse imprese sono state, però, la causa delle loro fortune calanti perché la delocalizzazione ha portato ad una riduzione dell’occupazione in Italia e, quindi, dei potenziali acquirenti delle loro merci.
I cinesi frattanto hanno imparato a copiare e ci hanno “invaso” di beni di ogni genere a prezzi molto convenienti, che nonostante ogni invito a “comprare italiano”, noi italiani acquistiamo anche perché quella che sembra un’inarrestabile crisi economica ha eroso notevolmente il nostro potere d’acquisto ma non i nostri bisogni, che sono crescenti’ e ragionevolmente ognuno di noi a parità di prodotto si rivolge verso quello meno costoso.
Qualcuno di noi, comunque, patriotticamente ricerca il “Made in Italy” e i Cinesi saggiamente, per soddisfare questa nostra esigenza, hanno “ delocalizzato” alcune loro produzioni in Italia comprando nostre imprese “ decotte ” e producono così in Italia a basso costo (utilizzando manodopera cinese) merci che si possono legalmente fregiare del marchio “ Made in Italy ”.
Sembrerebbe, in pratica, che quanti negli anni passati hanno prospettato il “pericolo Cinese “ e hanno predicato l’esigenza di dazi protezionistici contro le importazioni dalla Cina avessero e abbiano ragione. Ma è davvero così? Ovviamente no.
Cominciamo col dire intanto che quanti parlano di “dazi protezionistici ” stranamente sono alcuni economisti liberisti che per loro formazione dovrebbero essere antiprotezionisti: la loro memoria corta (o la malafede o il servilismo di corte verso i potenti) li porta a dimenticare che i dazi protezionistici sono stati sempre la causa di disastri economici. Ciò perché l’ assenza di una sana concorrenza ha portato le imprese protette a non innovarsi e a non innovare i loro prodotti, a mantenere elevati i prezzi e ad innescare quel circuito vizioso di “ minori richieste di prodotti dati gli alti prezzi - minori vendite – minore produzione – minore occupazione – minore quantità di reddito disponibile – minori richieste di prodotti- e così di seguito” con effetti collaterali negativi di inflazione – stagnazione – recessione – deflazione – crisi irreversibile.
E allora cosa dobbiamo fare per difendere le nostre imprese, i nostri prodotti e, in sintesi, il nostro modello di sviluppo? Semplicemente guardare alla Cina come un paese in via di sviluppo di 1 miliardo e 300 milioni di persone che possono essere al tempo stesso produttori e consumatori di beni. Paese in via di sviluppo dai molti squilibri che nei suoi piani è volto a raddoppiare entro il 2010 il suo PIL, entro il 2020 a quadruplicarlo e entro il 2050 a raggiungere uno stato di sviluppo armonizzato in ogni settore. Per raggiungere questi obbiettivi la Cina avrà bisogno di ottimizzare il suo sistema agricolo, il suo sistema industriale, i suoi consumi di energia, il suo sistema di reti, il suo welfare. Certamente non perseguirà identici traguardi come noi occidentali data la diversa cultura e visione del mondo, ma sicuramente avrà bisogno anche di beni di consumo e soprattutto beni capitali che al momento solo l’ Occidente è in grado di fornire.L’ Italia è fra i paesi più avanzati, specialmente nel settore dei beni capitali ( è fra i primi del mondo nelle fornitura a piè d’opera di moderne fabbriche, di beni di consumo sofisticati nel settore dell’auto, della moda ecc.).
Sembra che ci attenda un futuro felice ed è così. Bisogna avere fiducia e scegliere governanti saggi. Pare facile……. I rischi dell'economismoL’economismo sta sempre più guidando la vita dei popoli ricchi e a questa tendenza non sfugge neanche l’Italia: tutto è valutato in relazione al denaro ed al profitto. L’avanzamento tecnologico induce le imprese a ristrutturarsi, ciò che nella realtà significa ricercare l’aumento della bruta produttività ad ogni costo, il che si traduce nell’espulsione dei più vecchi e meno aggiornati dal ciclo produttivo. Vengono frattanto richiesti alla Scuola giovani già specializzati, belli e pronti per essere inseriti il più presto possibile nel mondo del lavoro. La Scuola, nel suo volersi adeguare alle esigenze del mondo del lavoro migliora, sì, la loro preparazione tecnica, ma lo fa sempre più a scapito della loro formazione umana, sicché i giovani che ne vengono fuori sono, in effetto, solo delle buone macchine operatrici, ma ancora immaturi e privi della necessaria capacità di critica. E così essi, a seguito di ciò, diventano facili prede degli effetti condizionanti negativi di certa strategia del consenso, attivata dalle varie parti in giuoco, che utilizzando più o meno efficientemente i media per perseguire i propri fini, ne indeboliscono le resistenze intellettuali e morali. Frattanto la religione del profitto riduce sempre più il tempo d’attesa di esso; si vuole tutto e subito: i più ricchi speculano e diventano sempre più ricchi, mentre i più poveri e inadeguati, che diventano anche sempre più poveri, mal si adattano alla loro condizione e sono facile preda della disperazione e del nichilismo. Sempre più manipolate dai media, che con molta leggerezza (o a bella posta?) diffondono il mito della facile ricchezza e della violenza quale mezzo necessario per procacciarsi la ricchezza o per difendersi dalla violenza delinquenziale, le masse diventano ancor più radicali. I più disperati delinquono e fra questi molti meridionali, afflitti da lunghe attese di riscatto economico e sociale, ed immigrati. Da qui, nelle ricche regioni del Nord l’ostilità, al limite del razzismo, verso questi “diversi”, ostilità accresciuta in conseguenza della facile propaganda di capipopolo che predicano “legge e ordine” soprattutto nei confronti di questi “diversi”, ai quali vengono attribuite, spesso senza lo straccio di una prova, tutte le possibili nefandezze. Da qui la protesta contro il costoso ed inefficiente Stato, che chiede troppe tasse per sostenere un arcaico welfare (oltre che per pagare i debiti fatti per arricchire il già ricco Nord), ed il facile consenso verso chi promette meno Stato e meno tasse. Bisogna fare una pausa di riflessione e trovare urgenti rimedi ad una situazione sempre più degradata, che non solo porterà sicuramente le destre a governare (non sarebbe questo il male maggiore, perché ad eventuali ingiustizie le masse saprebbero rispondere) ma soprattutto potrà creare tendenze dissolutrici dello Stato e della coesione sociale. Gli inesperti allievi aspiranti stregoni del mondo della propaganda politica stanno mobilitando energie e comportamenti che rischiano di interagire sinergicamente e di determinare conseguenze nefaste, che possono sfuggire ad ogni possibilità di controllo. |
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